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  Agostino De Romanis

Agostino De Romanis è nato a Velletri il 14 giugno 1947. Ha cominciato a dipingere giovanissimo e ha esposto presto le sue opere in mostre personali a Roma, dove è stato subito apprezzato per la sua perizia e originalità. E’ un artista  che, nel corso della sua lunga carriera, ha prodotto opere di grande valore, attestato da critici insigni, come è documentato dai cataloghi, pubblicati da importanti case editrici.
La sua produzione pittorica è vastissima, essendo iniziata durante la frequenza dell’Accademia romana delle Belle Arti, dove ha conseguito brillantemente il titolo di scenografo. Il legame con Roma è rilevante fin dagli anni settanta, si consolida nel tempo, irradiandosi in Italia, in Europa, in altri Continenti, e giunge fino ai nostri giorni.
Una caratteristica peculiare del pittore è la realizzazione di “Grandi Opere”, di rilevante spessore culturale, attraverso le quali interpreta momenti significativi  della cultura e della storia dell’umanità, in molteplici rappresentazioni pittoriche originali e pregnanti.
    
La pittura di Agostino De Romanis, fin dall’inizio, presenta due fasi di sviluppo, la cui analisi permette di riconoscere, da un lato, l’arricchimento dei contenuti e l’approfondimento dei temi via via trattati, dall’altro, l’affinamento formale, caratterizzato da un’intelaiatura compositiva sempre più ragionata e aperta, e sostenuto  da felici intuizioni cromatiche.
Il primo De Romanis, com’era naturale considerando gli studi da lui intrapresi, è “Pittore scenografo”, nel senso che dipinge soprattutto ambienti, destinati a vivere e a popolarsi di figure, a divenire supporti indispensabili della rappresentazione di scene: è così che allo scenografo subentra irresistibilmente il pittore che delinea sveltamente la figura, e si resta incerti nel decidere se si tratti di un abbozzo nato da un dilemma dell’artista, oppure propriamente di un’immagine che deve suggestionare da lontano, essenziale com’è, marcata e rilevante, talora pur nel groviglio di linee. In siffatti ambienti, variamente composti, è la figura femminile sempre presente.
Ricordo che già negli anni settanta, nei primi emozionanti incontri nello studio del pittore,  restai incantato dalla serie delle “Modelle”. Si  intuiva che erano nate dalla mano veloce e già esperta di un giovane, esuberante ed estatico: attento non alle fattezze esteriori, ma all’idea di donna, con o senza volto, tutta armonia di linee, riproposta in inesauribili posizioni, nel contorno di ambienti essenziali come quelli degli scenari teatrali.
Nella seconda fase, De Romanis assume pienamente coscienza della sua condizione di pittore; se nella fase precedente era preminente l’interesse per l’ambiente, ora è la figura a campeggiare sovrana sulla tela, una figura nuova, non più soltanto segno assurto a immagine, ma realtà di coscienza, estrinsecazione di anima, tanto da potersi parlare di “Nuova figurazione”, con la felice ed efficace espressione, coniata dal critico MarcelloVenturoli.
Nel momento in cui gli aspetti formali si definiscono e si arricchiscono in un intenso sviluppo creativo, l’artista si cimenta nella ricerca di contenuti emergenti dall’attualità del tempo. Infatti non si può capire l’arte di Agostino De Romanis, senza guardare nella tela e al di là della tela, il quadro convulso, instabile, drammaticamente coinvolgente del secolo scorso, alla cui problematica l’artista partecipa con lucida intensità.
Quelle di De Romanis non sono creazioni facili: il tormento è la molla che, estenuando la ricerca di profondità interiori, rompe spazi chiusi e impone linee forti e luminose, per recuperare immagini di infinita sofferenza ma di struggente poesia. Su sfondi metallici, tra i segni di una realtà incomposta e divisa, allora s’impongono potentemente volti di un’umanità autentica, anime più che elementi corporei, voci spirituali, evocatrici di paradisi perduti. Si tratta di figure assorte e problematiche, atteggiate a grido di dolore, incatenate tra le linee, nate sì dal brillante e raffinato estro creativo del pittore, ma assurgenti tuttavia a segni allegorici di straordinaria potenza.
In tali opere, la commedia del mondo, nell’interminabile susseguirsi di generazioni e di epoche, riconverte a sé la presente epoca, superbamente in rottura con verità, tradizioni e miti, avvinta dall’inoperante ambizione di creare un mondo fuori del mondo e un uomo diverso dall’uomo.
Agostino De Romanis, consapevolmente lontano da siffatte elucubrazioni intellettualistiche, in un contorno di immutabile serenità, che è quello della provincia in cui vive e opera, crede nell’uomo, vuole farlo parlare con la sua voce più bella e autentica, vuole farlo uscire dall’angosciata solitudine: si sforza di leggere, al di là del buio e della decomposizione presente, scene di convergenza e di luce.

Agostino De Romanis ha concepito la serie “10 Tavole della vita”  come  difesa dei valori della vita, a cui fermamente crede, in base alle sue più profonde convinzioni, sollecitato da discussioni pubbliche e da eventi di particolare rilevanza.  Si mostra subito capace di entrare in complesse problematiche e al rigore  stilistico unisce una delicatezza di toni, indice della sua sensibilità d’animo.
Come in seguito verrà anche sottolineato dai critici, emerge un’altra peculiarità dell’artista, il quale sa dare rilievo “scultoreo” alle immagini, che si stagliano dal fondo della tela, come statue di straordinaria potenza. Infatti De Romanis, in varie occasioni, sarà attratto dalla scultura, ideando originali opere in ceramica o in metallo, con fusioni in bronzo, e anche trasponendo immagini, dall’una all’altra espressione artistica.

Nei 20 Dipinti de “La Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, il dramma del Poeta, De Romanis l’ha sentito particolarmente e l’ha voluto calare in sé, non certo per manovrarlo soggettivamente, bensì per superare la fissità della storia raccontata. E’ riuscito, pertanto, a leggere in un’anima dolorosamente perplessa e divisa (nel clima severo della Controriforma) tra la passione di vita terrena suggestionante e allettatrice, e la mistica tensione religiosa, ammorbata però  da scrupoli e da ossessioni; conflitto questo duro, senza sbocchi risolutivi e senza tregue, che condusse purtroppo il grande Autore alla pazzia.
De Romanis trova proprio qui la chiave interpretativa dell’arte di Torquato Tasso, che egli guarda con grande rispetto e con infinita pietà: i personaggi perdono allora molto della loro vernice mitica, vengono quindi riplasmati, rigenerati; per far questo, il pittore attinge direttamente al tormento creativo del Poeta, la cui anima egli vuole rappresentare sulla tela. Intanto egli sviluppa arditamente le strutture tipiche della sua composizione, ormai traboccanti di significato allegorico, ed esperimenta nuove sintesi cromatiche, luminose, attive, misteriche.
Tale grande Opera,  realizzata alla fine degli anni settanta del secolo scorso, stampata in un numero limitato di copie numerate e firmate, (pagine 676, formato cm.35x25, con copertina e custodia in pelle di  pregio), corredata da  preziose litografie dei Dipinti, ha segnato un salto di qualità dell’artista veliterno, che da allora si è meritatamente proiettato verso obiettivi  sempre più elevati fino al presente. Io, che ho avuto il “privilegio” di essere coinvolto nella grande avventura artistica, allora scrissi il “commento” riproposto nella nuova edizione, curata dall’esimio scrittore, storico e critico d’arte Roberto Luciani.

Per chi crede nella “Provvidenza” – e sicuramente De Romanis da fervente cristiano crede nell’intervento dell’Altissimo nella vita di ogni sua creatura – nell’itinerario religioso della sua arte  era segnata la tappa della “Antica e Nuova Alleanza”. E’ singolare che tra i tanti artisti romani, sicuramente interessati ai due grandi Dipinti dell’Abside di San Giuseppe Artigiano in Roma , sia stato scelto proprio De Romanis.
Interessante è la storia della nuova chiesa.  Dopo che papa Pio XII, il 1° maggio 1955, aveva proclamato San Giuseppe  “Protettore dei lavoratori”, si pensò subito di dedicare al Santo “falegname”  una Chiesa nel popolare quartiere Tiburtino della Capitale, in continua espansione.  Solo tre anni dopo, il Cardinale Vicario  Clemente Micara,  che era anche Vescovo della Diocesi Suburbicaria di Velletri, inaugurava la nuova  grande Chiesa, con un ampio complesso di opere parrocchiali. Meno di trent’anni dopo, un artista veliterno, figlio di artigiani, realizzava due straordinari Dipinti per l’Abside ancora spoglia, ai lati dell’imponente Croce centrale.
L’inaugurazione, in una piovosa giornata del novembre del 1987, avvenne solennemente, alla presenza del Cardinale Sebastiano Baggio del Titolo della Diocesi Suburbicaria di  Velletri. Lo stesso illustre porporato che, nel 1981, aveva scritto la presentazione – pubblicata sull’”Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, diffuso in tutto il mondo –  del libro “Papa Wojtyla  e  Velletri”,   da  me   scritto   in stretta collaborazione con il pittore, autore della copertina e delle originali illustrazioni, in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II a Velletri. Lo stesso Pontefice, amatissimo da tutto il mondo, successivamente in  visita alla parrocchia di San Giuseppe Artigiano, benedirà con ammirazione i due Dipinti dell’Abside.

Intanto il critico d’arte Italo Mussa aveva presentato le “Opere recenti” di Agostino De Romanis, titolo di una pubblicazione del 1986 (De Luca Editore, Roma) con il fondamentale saggio  “Pittura e poesia”, di grande importanza per la collocazione dell’artista veliterno in una corrente artistica di rilievo: la “Pittura colta”, fondata da Mussa nel 1980.
È riscontrabile nell’ultima serie di opere – scrive l’insigne critico  –   “la principale novità della Pittura colta di Agostino De Romanis cioè la creazione di nuove iconografie neometafisiche dell’arte” nella “novità neosurrealistica della sua pittura”. Ugualmente evidente resta l’inquietudine dell’artista, che “inabissa i suoi fantasmi in uno spessore sensibile, in cui astrazione e figurazione trasmettono liberamente l’energia sensibile del gesto. Una  energia inesprimibile, non ostile alla bellezza ed al mistero… L’arte è follia distaccata dalla ”produzione”, è un’evidenza suprema che fonda e muta costantemente il proprio linguaggio, come avviene nella Transavanguardia e nella Pittura colta. Se l’arte raffigura l’attesa di uno spessore nuovo, l’artista, con il suo sguardo avido d’innocenza, ne ricerca i passaggi interni che, fuggendo, lasciano qualcosa di psichico e analitico”.
Notevoli sono stati gli approfondimenti del nuovo orizzonte artistico, nelle Mostre di De Romanis curate da Mussa, in Italia e all’estero. Il critico, scomparso prematuramente, ha presentato i relativi Cataloghi, pubblicati da De Luca Edizioni d’Arte.

Tra le grandi Opere di Agostino De Romanis  assume un’indubbia centralità  la serie “Acqua Aria Terra Fuoco”.  Si è scritto di “Viaggi nel pensiero”, in maniera appropriata, perché il Pittore si avventura negli itinerari affascinanti della storia dell’umanità. Il primo “viaggio” è nel pensiero dei presocratici: Democrito, Anassagora, Talete, Empedocle, Eraclito, Pitagora.
Omero  ha attirato la sua attenzione sul mito e gli ha indicato il metodo della ricerca che appassiona e coinvolge totalmente: può fare a meno del lume degli occhi, ma si avvale della forza dell’immaginazione e dell’impeto del sentimento, per scavare attraverso le stratificazioni del tempo e ritrovare i segni veri della vita dell’uomo nel mondo. Esiodo gli ha suggerito di farsi pastore per contemplare lo splendore e la magnificenza della Natura.
Filosofia e mitologia, scienza e poesia si sono così intrecciate nella ricerca. E, non avendo ostacoli di spazio e di tempo, perché alla libera arte tutte le connessioni e tutti gli sviluppi sono possibili, l’artista è giunto a Leonardo e a Galileo, scoprendo un’altra profonda immagine dell’Universo. E con Galileo ha concluso il suo primo straordinario viaggio, ma per cominciarne subito un altro.
Francesco, il “poverello d’Assisi”, egli già lo conosceva e non solo di nome; era vivo nella sua coscienza, nella sua fede: un amico interiore. Dovendo imbarcarsi nell’”itinerarium mentis in Deum”, come sintetizza mirabilmente il francescano San Bonaventura, non poteva scegliere guida migliore. Il “Cantico delle Creature” gli ha permesso di realizzare  quattro dipinti, reiterazioni sempre nuove e vive dello spirito del Santo; e possono considerarsi parti di un armonico polittico che è l’esaltazione della Natura creata da Dio.
Impegnativo è stato il successivo passaggio all’Antico e al Nuovo Testamento. Dai Vangeli egli ha tratto gli episodi che gli permettessero un incontro, il più diretto possibile, con la figura umana e divina di Gesù Cristo.
Per ultimo il suo viaggio, il più breve,  si è svolto nel pensiero poetico. Più che una novità, era la ricerca di collegamenti e di conferme.
A documentare l’imponenza di tale Opera di oltre cento Dipinti è la pubblicazione dell’Editrice Electa di Milano, con testi importanti di Piero Gelli e Stefano Zuffi, e anche con un mio scritto.

Tormento ed estasi  caratterizzano la serie “Carceri e vie di fuga”, nata all’improvviso nella mente dell’artista, reduce dai trionfi di “Acqua, Aria, Terra, Fuoco”, soprattutto nella Mostra a Sidney in Australia.
Era riaffiorata pesantemente nel suo animo la condizione esistenziale dell’uomo, vittima delle incomprensioni, delle ostilità, delle negazioni di spazi e tempi interiori. Le “Carceri” evocano metaforicamente tutto questo e il tormento che ne deriva nella quotidianità della vita. Ma,  come ha ben messo in risalto il critico Enrico Smith –  che ha presentato il Catalogo, edito  dall’Electa di Milano –  Agostino De Romanis non è il tipo da restare “imprigionato” e  le “vie di fuga” sono risorse interiori che si collocano sulle ali della sua arte, ancora una volta imprevedibile e per ciò stesso rilevante.
Così pure rimane interessante la  chiave interpretativa offerta da Domenico Guzzi che ha intitolato significativamente la serie di dipinti da lui presentata per la Mostra al Centro Culturale  dei dipendenti della Banca d’Italia a Roma: “Fabulae Sogni Immagini Simboli”. La “fabula” è “principio creativo che nulla ha a che vedere – o se mai in modo obliquo – con la realtà. Ogni rapporto nella “fabula” perciò, si altera, si deforma, diviene evanescente e senza contorno… L’immaginario. È qui il regno senza riserve dell’invenzione. È, questo, il luogo ove tutto si giustifica. È il prodigio del creare fantasticamente… È  sogno. Pulsione ad essere altri da sé. Volontà di vivere nell’irrazionale dimensione del chimerico… È, forse, la vita dell’inconscio”.

Un’altra serie di opere, prodotte nel giro di parecchi anni, è quella dei “Ritratti”. I primi, sicuramente dedicate a donne e ad altre persone conosciute, risalgono alle prime esperienze pittoriche ed evidenziano già un’innovativa impostazione, in quanto non sono semplici raffigurazioni, ma “letture” profonde, mirate a rappresentare le complesse personalità, con colori e linee, assurgenti a simboli.  Numerosi sono  i “Ritratti di Angela”, che lasciano trapelare il  rapporto di amore intenso per la donna, con la quale ha condiviso anche la passione per l’arte. Tra gli ultimi è da annoverarsi il “Ritratto del Poeta”, che mi è stato dedicato e mi ha emozionato, al punto che la mia gratitudine non avrà mai fine, e solo in parte è  esplicitata dalla Biografia che di lui ho scritto, pubblicata in varie edizioni, tra cui l’ultima “De Romanis pictor” (Palombi Editrori).

Il grande cammino”, come atto di fede e di amore del pittore,  è la grande Opera  dell’Anno Santo 2000 e risente  della forte emozione del passaggio dall’uno all’altro millennio, sotto la guida del  compianto “Patriarca” Giovanni Paolo II.
La serie di 21 dipinti è stata presentata dal Vescovo di Velletri, S.E. Andrea Maria Erba, dal professor Marcello Ilardi e da me. Le Mostre sono state allestite in due luoghi importanti e suggestivi: l’Abbazia di Casamari e il Museo Diocesano di Velletri.
Agostino De Romanis ha dipinto, uno ad uno, i quadri meditando e pregando. E almeno un’immagine  è  “profetica”: quella che vede il Papa raffigurato di spalle, come quando, nell’ultima Via Crucis, ormai prossimo a lasciare la vita terrena, così è stato ripreso in ginocchio dalle televisioni di tutto il mondo, quasi fosse già in viaggio verso l’eternità, già Santo per acclamazione universale, per aver insegnato e testimoniato al mondo il coraggio della Verità che abita nell’interiorità di ogni uomo e donna, anche in questa travagliata epoca.

In un panorama artistico, già tanto ricco di originali e significative produzioni, è prorompente l’amore per l’Indonesia, che occupa una parte considerevole della vita di De Romanis, per i viaggi e i soggiorni in un lungo arco di tempo.
I  relativi Dipinti sono quindi molto numerosi, come pure le pubblicazioni, legate sempre a eventi di grande rilevanza in Italia e in Indonesia, a cominciare da “Riscoprire l’Indonesia – miti e leggende(Il Cigno Edizioni Roma), per la prima Mostra, nel 2003, nei Musei di San Salvatore in Lauro, e “Rediscovering Indonesia” (Erma di Bretschneider Rome/Italy), nel 2004, per le Mostre in Indonesia, sempre con la presentazione  dell’insigne critico d’arte Vittorio Sgarbi.
L’Indonesia per Agostino De Romanis è più di un interesse culturale e artistico, molto più di un fascino esotico,  ricorrente nei visitatori occidentali: è un amore – si può dire – nato a prima vista e restato intatto a distanza di decenni, nel passato e nel presente secolo, anzi consolidato e arricchito da indimenticabili esperienze:  in realtà collocate in una dimensione atemporale che custodisce l’incorruttibilità dei sentimenti.
Immergersi in tale mondo, originario e innocente, ha suscitato nell’artista un’incantevole emozione, durevole e rigenerante, una fatale svolta della sua vita. Si  è pienamente avverata la predizione di Gabriele Mancusi, direttore della compagnia aerea “Garuda”, che, nel lontano 1978, proponendo il primo viaggio in Indonesia, lo  aveva definito per il giovane artista “ossigeno mentale”, volendo certamente intendere anche l’eccitazione e la passione che sono alla base dell’invenzione e della produzione artistica.
De Romanis è stato subito affascinato dall’ambiente meraviglioso dell’Arcipelago, che è un’autentica perla del fantastico Oriente. Si è sentito penetrare dal fascino delle architetture e delle onnipresenti sculture, antiche testimonianze della civiltà che fonde nell’arte mitologia e vita. È stato attratto dalle plurimillenarie  tradizioni, che tuttora mantengono tutta la ricchezza di significato nella partecipata ritualità. E, infine, grande stupore hanno destato in lui la sincerità e la cordialità degli abitanti delle isole visitate.
Per il pittore tutto ciò ha fatto sorgere una nuova vena, pressoché inesauribile, di creazioni, con tante opere che stupiscono per la bellezza delle composizioni, dei colori, delle figurazioni.
La fama del Maestro De Romanis si è intanto  diffusa in altri Paesi d’Oriente. Infatti, il 10 maggio 2006, gli viene offerto un incarico di insegnamento nell’Università di Seul, capitale della Corea del Sud, finalizzato anche al “gemellaggio”  con un’Accademia delle Belle Arti italiana. Per “progetti” in corso di attuazione, tale offerta non potrà essere accettata.

Vittorio Sgarbi, interprete di quella che sembrava l’ultima fase dell’evoluzione artistica, così ne ha definito autorevolmente i caratteri e i riferimenti: “Nei primi anni ottanta troviamo le suggestioni di Bali e dell’Indonesia a recitare un ruolo di imprescindibile importanza nei dipinti di De Romanis, come se in Oriente l’artista avesse trovato la rivelazione che Gauguin aveva avuto nella Polinesia. Basta però oltrepassare la superficie delle cose e ci si accorge che si tratta di cambiamenti parziali piuttosto che radicali. Non c’è dubbio che una certa vena primitivistica di De Romanis si sia rafforzata dopo il soggiorno in Oriente, assestandosi su un’imagerie che ha cercato di conciliare immaginazione e semplicità, con le sue figure piatte e regolari, i contorni arabescati e i colori netti e vitrei. Ma al di là di questo mutamento, il viaggio nell’Asia orientale ha favorito in De Romanis lo sviluppo di inclinazioni che già si erano rivelate in  precedenza, accrescendo un bisogno di essenzialità primordiale che non è riducibile ad una semplice questione di carattere formale. È la ritualità  l’elemento fondamentale delle opere orientali di De Romanis: i gesti, le pose, i costumi sono la magia stessa dell’Oriente, il surreale teatro mediante il quale le civiltà arcaiche riescono ancora a rappresentare il senso del sacro… All’estremo del suo percorso, dopo aver solcato i sentieri del magico e del religioso, l’arte si è resa autonoma da tutto ciò che non è se stessa ed è diventata redenzione, salvezza dell’umanità: è questo il messaggio che continua a diffondere la pittura sapiente e taumaturgica di De Romanis, per liberare le potenzialità infinite delle nostre anime, per aiutarci a diventare più liberi dentro”.
Data la coerenza artistica, sempre mantenuta dal Pittore, nella continuità tra una fase e l’altra del suo itinerario artistico, acquista ancor maggior rilievo il giudizio finale, formulato con competenza e rigore dallo stesso critico, nella presentazione della Mostra a Roma, presso la Camera dei Deputati con il titolo molto significativo  “La luce interiore di Agostino De Romanis”, dove, dopo aver ripercorso tutte le fasi della pittura di De Romanis, si sofferma  sul “mutamento” avvenuto dopo l’esperienza di Bali.
“De Romanis si proietta più avanti, nella dimensione dello spirituale e del suo modo di manifestarsi ai nostri sensi, la visione, con un linguaggio espressivo volutamente semplificato, come se fosse quello di una civiltà immaginaria, vissuta chissà in quale epoca, che avesse operato una suprema sintesi, filosofica ed estetica, delle tradizioni conosciute da una parte e l’altra del nostro  pianeta; una  figurazione  fatta  di motivi subito identificabili, dovunque tu sia nato e cresciuto, di contorni chiari e addolciti, di compiture  piatte che accolgono colori tendenti al puro e uniforme, solcando il varco tra il materiale e l’immateriale, il fisico e il metafisico, per cercare di cogliere il più ambizioso intento che De Romanis si fosse mai proposto: illuminare sul senso complessivo delle cose. Perché la luce, la fonte primaria di tutto ciò che è visibile, non esiste, come dicono in Oriente, se non la portiamo dentro”.
Intanto numerosi Dipinti di De Romanis erano stati inseriti, non soltanto in collezioni private, ma anche in  Musei  e  Collezioni  d’Italia e d’altri Paesi: in particolare San Salvatore in Lauro di Roma, Ministeri italiani degli Esteri e dei Beni Culturali, Gedung Arsip National di Jakarta e Rudana di Bali.       Nel 2011 un grande riconoscimento per il Maestro è la partecipazione alla 54^ Biennale di Venezia – Padiglione Italia – Roma- Palazzo Venezia Giugno – Novembre .

 
Già qualche anno prima che si completasse il grande ciclo indonesiano, Agostino De Romanis aveva ideato un’altra grande Opera, di cui però ben pochi erano a conoscenza: “All’origine delle cose”. In tal modo, ancora una volta, il Pittore è riuscito a sorprendere, per la sua vitalità, ossia la capacità di ampliare sempre più gli orizzonti della ricerca, spinto dalla passione della conoscenza che non ha limiti. E, data l’ampiezza della tematica, lasciava subito prevedere altri sviluppi.
La profondità dei relativi riferimenti e  significati  è ben esplicitata nella presentazione dal titolo “Aritmosofia di Agostino De Romanis”, scrittadall’illustre critico e storico dell’arte Roberto Luciani, nell’apposito artistico Catalogo, dov’è riportato anche il mio contributo,  come rievocazione del “magnifico” percorso e ammirazione dell’inimitabile arte del Maestro.
Il Saggio di Luciani, che indubbiamente ha permesso la comprensione dell’ardua materia, alla base dell’intuizione  artistica  e della composizione dei numerosi dipinti, esposti in una grande Mostra presso il “Centro Culturale Elsa Morante” di Roma, così conclude: “Questo importante evento è un riconoscimento doveroso ad un artista, il cui discorso è diventato comprensibile in varie parti del mondo, continuando ad essere fatto di “numeri” che appartengono alla più antica tradizione veliterna, romana e italiana. Se è vero che la rappresentazione del quadro è, prima di tutto, il riflesso dell’interiorità dell’artista, possiamo affermare che la pittura di Agostino De Romanis è una pittura “Alle origini delle cose”, in cui l’immagine reale si sovrappone all’esperienza e ai ricordi, in una sorta di discorso onirico temporalmente sincronico”.

Come in altre occasioni, Agostino De Romanis è riuscito ad essere sorprendente, per l’innata capacità della sua arte di riprendere e continuare, ampliandoli  per  rivitazzarli, temi che apparivano già compiutamente conclusi: succede anche per le tematiche della serie “All’origine delle cose”, perché, dopo aver trattato acutamente e originalmente i “Numeri”, sente l’irrefrenabile bisogno di continuare con le “Lettere”: mirabili scritture che s’inseriscono armonicamente nelle composizioni e ne diventano elementi essenziali.
Debbo riconoscere che, all’inizio, pur rimanendo intatto il mio “incanto” davanti alle sue continue “novità”, mi sono posto una domanda: “Perché il Pittore,  che sempre è stato restio a spiegare i significati della sua arte impareggiabile –  rispondendo,  a chi poneva domande in tal senso, che non stava a lui indicarli – ora è lui stesso a scrivere sintagmi, offrendo, quanto meno, una chiave interpretativa?”
Io, modestamente, da scrittore a lui strettamente collegato da quasi mezzo secolo, oltre a gioire di tale osmosi, una risposta l’ho trovata, scavando nella “memoria” più profonda della nostra singolare relazione, ricordandone proprio gli inizi, quando rimaneva incantato  difronte alle “parole”, quelle schiette e di particolare significanza, che gli estimatori scrivevano di lui.
Pertanto tale sviluppo è indice di un ulteriore traguardo da lui mirabilmente raggiunto, riportando sulla tela ed eplicitando i “pensieri” profondi,     che sempre sono stati propulsori della sua straordinaria vena creativa.
   
Antonio Venditti